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Conferenza stampa congiunta con Min. Centinaio su direttiva Ue contro le pratiche commerciali sleali

7 Febbraio 2019

Paolo DE CASTRO – CONFERENZA STAMPA MIPAAF
Roma, 7 febbraio 2018
DIRETTIVA contro le PRATICHE COMMERCIALI SLEALI nella FILIERA AGRICOLA e ALIMENTARE
Nel corso delle negoziazioni inter-istituzionali, il Parlamento europeo ha ottenuto un numero significativo di modifiche al testo, che migliorano considerevolmente la protezione degli agricoltori e delle piccole, medie e medio-grandi imprese agro-alimentari. Vale la pena ricordare che si tratta di un’armonizzazione minima: gli Stati membri potranno prevedere l’estensione dei soggetti coinvolti e della lista di pratiche vietate nelle legislazioni nazionali.
Passando al testo, la direttiva si compone di 15 articoli.

L’articolo 1 definisce l’oggetto della direttiva che si applica a una lista di pratiche sleali in relazione alla vendita di prodotti agricoli o alimentari, nonché in relazione alla fornitura di servizi ancillari alla vendita di tali prodotti (attività promozionali, ricerche di mercato…). Viene poi chiarita la finalità della Direttiva, includendo una definizione generale di pratica commerciale sleale, alla quale i vari Stati membri potranno ricorrere per estendere a livello nazionale la lista di pratiche vietate.
Per quanto riguarda i soggetti coperti, la Direttiva segue un approccio dinamico espandendo notevolmente il numero di fornitori protetti. La proposta della Commissione prevedeva la protezione dei fornitori con fatturati inferiori ai 50 milioni di euro o un numero di dipendenti fino a 250, nelle loro relazioni commerciali con i soli acquirenti con fatturati o numero di dipendenti superiori a tali soglie. L’approccio dinamico, invece, non tiene più in considerazione il numero di dipendenti e suddivide tutti gli operatori in 6 categorie in base ai loro livelli di fatturato (da 0 a 2 milioni di euro, da 2 a 10 milioni, da 10 a 50 milioni, da 50 a 150 milioni, da 150 a 350 milioni, da 350 milioni in poi): ogni fornitore sarà protetto nel caso in cui il proprio acquirente rientri in una classe di fatturato superiore.
Con l’obiettivo di migliorare l’equità anche a livello globale, oltre all’inclusione di fornitori stranieri, sono ora coperti anche gli acquirenti residenti in Paesi terzi. Il Parlamento aveva chiesto questo punto per evitare eventuali triangolazioni da parte degli acquirenti che potrebbero avere o decidere di spostare la propria sede legale o centrale d’acquisto al di fuori dell’Unione, pur mantenendo la propria rete distributiva in Europa, per eludere tale Direttiva.

L’articolo 2 fornisce le definizioni dei termini ricorrenti nelle disposizioni della direttiva: “acquirente”, “fornitore”, “autorità pubblica” “prodotti agricoli e alimentari” e “deperibilità”.
Per quanto riguarda i prodotti, la direttiva concerne i “prodotti agricoli e alimentari”, ossia i prodotti agricoli elencati nell’allegato I del TFUE, inclusi quelli della pesca e dell’acquacoltura, e i prodotti agricoli trasformati ad uso alimentare (ossia prodotti agricoli trasformati che non rientrano ancora nell’allegato I del TFUE).
In merito alla definizione di fornitore (che comprende anche le relative organizzazioni di fornitori, come le cooperative) e acquirente, questi vengono inclusi nell’ambito di applicazione della Direttiva indipendentemente dal proprio luogo di stabilimento, purché intrattengano relazioni commerciali con operatori basati nell’Unione.

L’articolo 3 elenca le pratiche commerciali sleali vietate. Le pratiche di cui al paragrafo 1 sono manifestamente sleali e quindi vietate. La Commissione ne proponeva quattro: 1. i ritardi nei pagamenti per i prodotti deperibili (oltre i 30 giorni), 2. le modifiche unilaterali e retroattive dei contratti di fornitura, 3. la cancellazione degli ordini di prodotti deperibili con breve preavviso, 4. il pagamento per il deterioramento dei prodotti già venduti e consegnati all’acquirente. A queste quattro, il Parlamento ne ha aggiunte sei: 1. i ritardi nei pagamenti per i prodotti non deperibili (oltre i 60 giorni), 2. l’imposizione di pagamenti per servizi non correlati alla vendita del prodotto agricolo e alimentare, 3. il rifiuto di concedere un contratto scritto se richiesto dal fornitore, 4. l’abuso di informazioni confidenziali del fornitore da parte dell’acquirente, 5. le ritorsioni commerciali o anche solo la minaccia di ritorsioni nel caso in cui il fornitore si avvalga dei diritti garantiti da questa Direttiva, 6. il pagamento da parte del fornitore per la gestione dei reclami dei clienti non dovuti alla negligenza del fornitore stesso.
Al paragrafo due si identificano pratiche, sleali quando applicate senza un accordo, ma che possono creare effetti positivi reciproci e quindi essere ammesse solo se precedentemente concordate, in modo chiaro e univoco, tra le parti. Questo secondo gruppo comprende quattro pratiche proposte dalle Commissione: 1. la restituzione di prodotti invenduti o sprecati, 2. il pagamento di costi per l’immissione sul mercato del prodotto, di immagazzinamento, di esposizione o inserimento in listino dei prodotti alimentari, 3. il pagamento per spese promozionali, 4. il pagamento per spese pubblicitarie. A queste, il Parlamento ha aggiunto: 1. il pagamento per i costi di advertising, 2. il pagamento per la gestione del prodotto una volta consegnato. Pe tutte queste pratiche, l’acquirente dovrà presentare al fornitore, se richiesta, una stima per iscritto di tale pagamento.
Vengono inoltre rafforzate molte delle pratiche iniziali proposte dalla Commissione, come l’inserimento del preavviso di minimo 30 giorni per le cancellazioni degli ordini, il divieto di qualsiasi modifica unilaterale dell’ordine, indipendentemente dal fatto che sia retroattiva o meno, o il divieto di imposizione non solo da parte dell’acquirente, ma anche da parte delle centrali d’acquisto, di costi e servizi non richiesti.

L’articolo 4 impone agli Stati membri di designare una o più autorità di contrasto competenti per le pratiche commerciali sleali vietate. Le autorità di contrasto esistenti, ad esempio, nel settore del controllo dell’agroalimentare o del diritto della concorrenza potrebbero essere scelte come autorità competenti per realizzare economie di diversificazione.

L’articolo 5 dà la possibilità al fornitore di decidere a quale autorità di contrasto rivolgersi, che sarà responsabile per l’indagine: se a quella del proprio Stato membro o a quella dello Stato membro dell’acquirente, scegliendo la legislazione nazionale più appropriata alle sue necessità.
Al fine di assicurare la confidenzialità delle denunce e dei denuncianti, viene stabilito che, su richiesta, tale confidenzialità debba essere protetta durante tutta la procedura investigativa non solo in merito all’identità del fornitore, ma anche a tutte le altre informazioni che il fornitore stesso individua come sensibili. Viene poi data la possibilità alle organizzazioni di fornitori e alle organizzazioni di rappresentanza di presentare denuncia a nome dei propri membri, garantendo ulteriormente l’anonimato del denunciante. Anche le organizzazioni non governative potranno sporgere una denuncia su richiesta e a nome di un fornitore.
Inoltre, con l’obiettivo di evitare quanto successo in alcuni Stati membri che, seppur dotati di legislazioni avanzate, le hanno lasciate largamente inapplicate e garantire il massimo di certezza giuridica, vengono inseriti anche alcuni obblighi minimi per le autorità di contrasto, sia da un punto di vista temporale che procedurale, quali l’obbligo di informare il denunciante in merito al seguito che verrà dato alla denuncia, l’obbligo di avviare l’indagine in tempi ragionevoli nel caso esistano motivi sufficienti per agire e di porre fine a una pratica sleale.

L’articolo 6 stabilisce come le autorità di contrasto debbano avere a disposizione risorse e competenze sufficienti per svolgere i propri compiti, oltre che i poteri necessari per avviare indagini di propria iniziativa o a seguito di una denuncia, per raccogliere informazioni e effettuare ispezioni a sorpresa nell’ambito di un’indagine, per avviare provvedimenti provvisori di sospensione di una pratica vietata e porre fine a una violazione, per imporre sanzioni e pubblicare le decisioni adottate onde conseguire un effetto deterrente.

L’articolo 7 dà la possibilità agli Stati membri di promuovere meccanismi di mediazione tra le parti, al fine di facilitare la risoluzione delle controversie senza dover forzatamente ricorrere a una denuncia. Tali meccanismi non comportano alcun pregiudizio ai diritti del fornitore di presentare una denuncia, o ai poteri di un’autorità di contrasto di avviare un’indagine.

L’articolo 8 rafforza la cooperazione tra le autorità nazionali, che dovranno incontrarsi almeno una volta all’anno al fine di discutere le proprie buone pratiche, analizzare eventuali sviluppi di nuove pratiche sleali nella filiera e, insieme alla Commissione, adottare raccomandazioni al fine di garantire un’applicazione della Direttiva il più omogenea possibile a livello dell’Unione. In più, la Commissione creerà un sito web tramite il quale si possano avere in modo chiaro tutte le informazioni necessarie in merito alle singole autorità di contrasto nazionali.

L’articolo 9 dà la possibilità agli Stati membri di prevedere ulteriori norme contro le pratiche commerciali sleali, più ambiziose del livello minimo garantito dall’Unione con la Direttiva.

L’articolo 10 stabilisce gli obblighi di rendicontazione degli Stati membri, che dovranno pubblicare un rapporto annuale delle loro attività con il numero di denunce ricevute, le indagini aperte e chiuse, il risultato dell’indagine e delle decisioni prese.
Viene inoltre inserito l’impegno da parte della Commissione di realizzare uno studio sugli effetti delle centrali di acquisto sul funzionamento della filiera agro-alimentare, che servirà come base della futura revisione della Direttiva.

L’articolo 12 prevede che, data la velocità con cui nuove pratiche sleali potrebbero emergere, la Commissione svolga una valutazione entro quattro anni dall’applicazione della Direttiva sullo stato di recepimento della stessa, l’efficacia delle misure implementate a livello nazionale e il livello di cooperazione tra le varie autorità di contrasto nazionali. Sulla base di tale valutazione, la Commissione potrà proporre una revisione dell’attuale testo.

L’articolo 13 contiene le disposizioni concernenti il recepimento della Direttiva, che dovrà essere adottata dai vari Stati membri al più tardi entro 24 mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione e implementata entro 30 mesi.

Conferenza stampa congiunta con Min. Centinaio su direttiva Ue contro le pratiche commerciali sleali ultima modifica: 2019-02-07T15:35:26+00:00 da redazione
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